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L’intervista

Il caso Saman, l’attivista Dal Pra: «Manca ancora una rete per fare vera prevenzione»

Elisa Pederzoli
Il caso Saman, l’attivista Dal Pra: «Manca ancora una rete per fare vera prevenzione»

Tiziana Dal Pra ha sulle spalle trent’anni di attivismo, venti dei quali passati accanto alle giovani donne in fuga da un matrimonio forzato

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Reggio Emilia «Manca ancora una vera rete capace di agire non solo quando accade qualcosa, ma prima. Una rete che coinvolga tutti: scuole ed enti di formazione, forze dell’ordine, consultori, centri antiviolenza, strutture di accoglienza per minori, case famiglia». Tiziana Dal Pra ha sulle spalle trent’anni di attivismo, venti dei quali passati accanto alle giovani donne in fuga da un matrimonio forzato. Con il Comune di Novellara ha iniziato a collaborare nel 2010.

È una prima linea vera, la sua. «Ho aiutato almeno una trentina di ragazze» confida. Con molte di loro il legame è ancora strettissimo. Sa bene cosa c’è in gioco quando una ragazza denuncia, i rischi che corre. A cinque anni dalla morte di Saman Abbas, chiediamo a lei se il femminicidio di Novellara è stato davvero uno spartiacque. Se le cose sono cambiate. Dal Pra, con la serietà e la nettezza che la contraddistinguono, non fa sconti. «Quello che mancava allora, manca ancora - afferma - Mi prendo la responsabilità di dirlo. Però, ora, c’è un tesoretto di esperienze, umanità e professionisti che sarebbero capaci di crearlo. Anche mettendosi in collegamento con altre regioni. Le azioni nascono quando chi ha lavorato sul campo, anche nella prevenzione, si mette insieme per costruire risposte partendo da un’analisi e da una consapevolezza comune».

Ci faccia un esempio.

«Ho imparato che le ragazze possono tornare indietro nonostante la denuncia e ho capito perché: il dolore, lo strappo, la solitudine. Metterle in protezione non basta, bisogna accompagnarle davvero. Se non condivido quello che ho imparato, rischio di non aiutarle fino in fondo».

Cosa manca ancora?

«Dati e informazioni per costruire una formazione solida, che vanno interpretati per capire cosa ci stanno davvero dicendo. Se so, ad esempio, che molte ragazze non vanno a scuola e me lo confermano, perché non rilevo quel dato? Perché non vado a capire il motivo? Quante giovani, magari di origine straniera e a rischio, non sono iscritte o hanno abbandonato? Questo è un dato fondamentale. Dopo il caso di Saman, per fortuna, non abbiamo avuto altri femminicidi "d’onore" - perchè è di questo che si è trattato - ma questo non significa che il problema non esista: molte ragazze continuano ad essere allontanate dalle loro case o dalle famiglie. Chi sono queste famiglie? Qual è il ruolo della madre? Sono domande centrali. Con il caso Saman abbiamo toccato molti nervi scoperti e capito quanto sia necessario andare oltre la superficie, leggere i contesti e costruire strumenti adeguati di intervento e prevenzione. Per poi iniziare a lavorare dentro le scuole, entrando davvero nelle situazioni, come fa la Fondazione Giulia Cecchettin, andando a vedere e a capire cosa succede dall’interno. Mi auguro che lo faccia anche il Fondo Saman creato dal Comune di Novellara. Un altro dato riguarda i consultori: rappresentano un osservatorio privilegiato e autorevole. È un luogo fondamentale di ascolto e di formazione, che deve essere messo in rete. La rete non è importante solo perché mette insieme i soggetti, ma perché permette di condividere e costruire un pensiero comune, di analizzare insieme i casi e i contesti. È fondamentale che tutti gli attori coinvolti - anche le forze dell’ordine - non si limitino al proprio ruolo, ma imparino a lavorare con strumenti diversi e in modo integrato».

Dopo Saman, però, ci sono stati interventi legislativi, una legge che porta il suo nome.

«Ma non possiamo pensare che basti aumentare gli anni di detenzione o intervenire solo con nuove leggi. Il problema non è solo il matrimonio forzato in sé, ma tutto ciò che lo precede: l’abbandono scolastico, la limitazione della libertà di movimento, l’isolamento. Sono segnali che spesso si intrecciano con solitudine e povertà. Per questo continuo a dire che c’è anche una questione di classe, che troppo spesso non vogliamo vedere né affrontare fino in fondo. C’è poi un livello politico di responsabilità: bisogna dare un messaggio chiaro sul valore delle vite, dell’educazione e della libertà. Perché i diritti di genere devono essere garantiti e praticati per tutte, senza eccezioni. Tutte queste storie ci dicono anche un’altra cosa: quanto quelle donne abbiano spesso pochissimo spazio di autonomia. In molti casi il permesso di soggiorno non è indipendente, ma legato al marito e al suo lavoro. Questo significa che la possibilità di restare, costruirsi una vita, di scegliere, dipende da altri. Dentro questo quadro rientra anche il tema del ricongiungimento familiare: uno strumento importante, ma che può diventare un ulteriore vincolo se non è accompagnato da reali condizioni di autonomia. Così si crea un percorso a ostacoli, in cui le ragazze fanno fatica perfino a uscire di casa, a immaginare alternative. Quante ne abbiamo conosciute così. E allora diventa necessario ripensare anche i percorsi di accoglienza. Possiamo farlo? Sì, possiamo. Ma dobbiamo cominciare davvero».

Cosa hanno in comune le ragazze che ha aiutato?

«Un seme di libertà che nasce senza sapere da dove, ma che è fortissimo. Non è una consapevolezza teorica, imparata sui libri: è qualcosa di più profondo. È il sentire che ciò che stanno vivendo non è giusto. È una volontà potente, lucida, di cambiare la propria vita, anche senza sapere come farlo».

Cosa teme di più per loro?

«Il ritorno a casa. Alcune ragazze, dopo un primo percorso positivo, scelgono di tornare indietro. E qui il tema è delicato: certo, la loro volontà va rispettata, ma bisogna essere consapevoli di cosa comporta quella scelta. La domanda che mi sono posta spesso è: se il desiderio di libertà è così forte, cosa impedisce di arrivarci? Sono io? È la struttura? È il contesto? Perché la volontà, da sola, non basta: deve essere accompagnata dalla sicurezza. Altrimenti si rischiano esiti drammatici, come nel caso di Saman. Questo è il cuore della prevenzione. Le famiglie mettono in atto dinamiche che finiscono per somigliarsi: richiami emotivi, sensi di colpa, pressioni. Se non riusciamo a costruire benessere e ad accorciare i tempi delle risposte, rischiamo di perdere queste ragazze. Molte non riescono a immaginare il proprio futuro, oppure lo immaginano ma lo vedono irrealizzabile. Per questo servono prevenzione, accoglienza, protezione e accompagnamento. Perché questa non è una violenza "normale", tra virgolette, come quelle a cui siamo abituati a pensare: è qualcosa di più complesso, che richiede strumenti diversi e una capacità più profonda di lettura e intervento».l© RIPRODUZIONE RISERVATA