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Bimbo resta tetraplegico dopo il parto indotto: l’Ausl di Reggio risarcirà la famiglia per oltre 3 milioni

Serena Arbizzi
Bimbo resta tetraplegico dopo il parto indotto: l’Ausl di Reggio risarcirà la famiglia per oltre 3 milioni

Il piccolo è nato con l’utilizzo della ventosa e ha riportato danni neurologici irreversibili provocati dall’asfissia. Per il tribunale civile con il «cesareo non sarebbe successo»

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Reggio Emilia L’Ausl di Reggio Emilia dovrà risarcire – per un importo che si attesta sui tre milioni e 750mila euro – un bambino di sei anni, nato tetraplegico all’ospedale Santa Maria Nuova, e i suoi famigliari.

Lo ha deciso il tribunale di Reggio Emilia, in particolare la seconda sezione civile.

Il giudice Camilla Sommariva ha stabilito che se la mamma del piccolo fosse stata informata dovutamente da parte dei medici dell’ospedale, non avrebbe prestato il consenso a proseguire con l’induzione del parto. In particolare, la famiglia del bambino ha chiesto che si dichiari «la responsabilità» dell’Ausl «per omessa informazione dei rischi derivanti dalla somministrazione», quale paziente che aveva già subito un cesareo «dell’ossitocina». Si parla, dunque, di «violazione dell’obbligo di assumere il consenso informato», e «lesione del diritto alla autodeterminazione», da cui «è derivato il gravissimo danno alla salute del figlio», si legge nella sentenza.

Da parte sua l’azienda sanitaria, si legge sempre nella sentenza, spiega che il consenso informato «è stato regolarmente acquisito» e l’ipossia fetale (ovvero l’insufficiente apporto di ossigeno al feto nel grembo materno o durante il parto) «in quanto acuta, trova la sua materiale causa in un imprevedibile distacco focale della placenta». Il giudice, nella sentenza che porta la data di martedì scorso, descrive le difficili condizioni in cui versa il piccolo, il quale ha necessità di utilizzare un deambulatore per potere sedersi, deve usare il pannolino, oltre a comunicare soprattutto con i gesti. Il bambino necessita, dunque, del continuo supporto di un adulto sia in casa, sia fuori. Ed è seguito «anche dal dipartimento materno-infantile riabilitazione delle gravi disabilità dell’età evolutiva». Il parto cesareo avrebbe evitato, secondo il giudizio di primo grado, «la sofferenza fetale acuta», che si è verificata con i gravi problemi neurologici.

La dolorosa vicenda inizia il 20 gennaio del 2020. La donna aspetta il secondogenito ed è quasi arrivata al termine della gravidanza. La madre è stata ricoverata alla struttura complessa di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Reggio Emilia perché si erano rotte le acque prima del tempo. Poi, allo scopo di indurle il parto, il giorno dopo le è stata somministrata la prima dose di ossitocina, ma, secondo quanto riportato nella sentenza, alla paziente non sarebbe stato sottoposto nessun consenso informato. L’ossitocina sarebbe stata incrementata ogni mezz’ora, secondo uno schema che sarebbe stato «firmato solamente dall’ostetrica». Il bambino viene al mondo con l’utilizzo della ventosa ostetrica e riportando danni neurologici irreversibili provocati dall’asfissia. L’Ausl, interpellata dalla Gazzetta, al momento non ha voluto rilasciare dichiarazioni. 

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