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Il reportage / Parte 1

In barca sul Po, ma il Grande fiume non c’è più: 80 centimetri d’acqua e distese di sappia – Il nostro viaggio

Alberto Ferrari
In barca sul Po, ma il Grande fiume non c’è più: 80 centimetri d’acqua e distese di sappia – Il nostro viaggio

Le navi sono ferme ai porti, il pontile della Giudicecca non è più immerso e la foce dell’Enza ormai è una spiaggia

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Boretto La rampa che dal locale River Passion di Boretto porta alle barche scende sull’acqua a strapiombo. Bisogna reggersi al corrimano, perché sembra di precipitare verso il vuoto. Quelle rampe che quando il Grande Fiume è in salute sono quasi pari al livello dell’acqua, ora sono verticali. Una volta sul pontile, si sale in barca e lo sguardo si posa sull’acqua. Vola qualche airone, alcuni cefali fanno capolino e il silenzio della natura ti rapisce per qualche secondo. E poi lo sguardo scende e incontra l’acqua: ci si aspetterebbe la potenza e l’impeto del Grande Fiume. Ma le aspettative sono disattese. Si vede la sabbia guardando verso il fondale del Po.
 



Con il motore accesso al minimo, una barca con la pancia piatta si mette in cammino sulla superficie di un gigante che soffre. Imbarcazioni diverse da questa non possono navigare, si arenerebbero nella sabbia. A fare da padroni sono gli argini, esposti, scoperti, pieni di pioppi canadesi. L’acqua non li lambisce più, quegli argini che dovrebbero contenere l’indomabile potenza di un anarchico fiume, ora fanno da contorno a un docile rivoletto. Sembrano le pareti di una bottiglia di plastica, nella quale è rimasto quel goccio d’acqua che non si beve, che al massimo si usa per spegnere una sigaretta. E intanto, la barca di Stefano Grassi continua ad andare, a pochi nodi, verso il centro del fiume, tra la riva di Boretto e quella lombarda di Viadana. A un certo punto Daniele Vezzali, che vive in barca sul Po e che è in viaggio con noi, esclama: «Mi metto il giubbotto di salvataggio e scendo, vado in acqua. Tanto mi arriva si e no alle ginocchia». Si alza in piedi a prua, prende il giubbotto di salvataggio e lo indossa. Nel silenzio dell’equipaggio, scavalca. È in acqua. È dentro al Po, dentro a quel fiume che fin da bambini sentiamo descrivere come forte, gigantesco. A 50 metri dalla riva, l’acqua gli accarezza il polpaccio, appena sopra le caviglie. E noi, ancora in silenzio, ci guardiamo. È un dramma.
 



Daniele lo sa e per strappare un sorriso esclama: «Di sicuro qui non rischio di affogare». Risalito in barca, toglie il giubbotto e si risiede vicino a Stefano, il capitano, che gli aveva chiesto di mettersi di fianco a lui. Il Po, Stefano e Daniele, lo hanno già attraversato a piedi la settimana scorsa, passando da Boretto a Viadana. L’altezza dell’acqua non supera gli 80 centimetri in quel tratto: «Il nostro è stato un gesto di protesta, serve qualcuno che faccia vedere in quali condizioni versa il fiume Po». Stefano è amareggiato, ha sulla bocca uno di quei sorrisi che nascondono delusione e rabbia. Mentre Stefano parla, la barca si è insabbiata.

Daniele, torna in acqua e spinge. Si riparte. Ci muoviamo più velocemente ora, perché la situazione è drammatica, è vero, ma non ancora catastrofica. In certe zone tre metri d’acqua ci sono ancora. Il fotografo Alex Travaglioli, mentre tutti guardano il pontile, richiama l’attenzione: «Fermatevi, voglio scattare qui. Guardate alla vostra sinistra». Ci voltiamo, un po’ con la speranza di vedere un bel pesce vicino a noi, ma la sua attenzione è stata richiamata da ben altro: una distesa di sabbia enorme, almeno di un chilometro, si estende dal porto di Boretto fin oltre il ponte di Viadana.

Il Po si stringe, diventa largo meno di 100 metri. È tutta sabbia. Queste montagne di granelli dorati dominano la scena, con picchi che sembrano alti quasi come il ponte: «Sono i risultati di dieci anni di accumuli – dice infastidito Stefano –. Per non far chiudere le bocche della Fiuma mettono qui la sabbia. Le pompe di risucchio danno da bere ai nostri campi, ma mettere a monte questo immenso ammasso di sabbia è sbagliato. Il Po sembra un fosso».

L’acqua non ha spazio, è poca ed è chiusa tra l’argine lombardo e il deserto borettese. Procediamo ancora, tra qualche commento di chi non sa bene cosa dire e la delusione di chi, come Stefano, ha vista il Po funzionare quasi quarant’anni fa e ora non si capacita della situazione attuale del fiume. «Eccoci. Questa era la foce dell’Enza. In teoria la è ancora, ma guardate...». E noi guardiamo: l’Enza è vuoto, ci saranno dieci centimetri d’acqua. Non scorre, ci sono solo gradini di sabbia. Ci insabbiamo un’altra volta: ora siamo esattamente dove l’Enza incontra il Po. Vicino a noi, tutt’intorno alla barca, alcuni cefali mettono fuori la testa. Sembra una bella scena. È invece un gran problema. «I cefali boccheggiano perché non c’è ossigeno in acqua, non perché si divertono a far cucù». Torniamo seri. «L’acqua in superficie sfiora una temperatura di 30 gradi, è troppo calda».

Stefano continua a spiegare e spiegare e noi ascoltiamo le sue parole, con gli occhi che si perdono tra i pioppi e una vera e propria autostrada di sabbia. «La foce dell’Enza sarà, così a occhio, meno di due metri. In 36 anni non ho mai visto una cosa del genere». Ci rimettiamo in movimento e percorriamo il fiume in direzione opposta, verso Gualtieri. Quando ripassiamo davanti al porto di Boretto, il fotografo, si accorge di ciò che manca, di un grande assente. «E la motonave Stradivari?» chiede confuso. «Ma non l’hai vista? Era là, a Viadana». Non manca solo l’acqua, mancano anche le barche. La Padus, invece, è a Mezzani. A Boretto c’è qualche imbarcazione, ma poca roba, barchette che “bevono”, come direbbe Stefano, 20 centimetri al massimo.

Tra tutte queste considerazioni, ripassiamo davanti al pontile Giudecca, che non è più in acqua ma si trova sulla sabbia, e arriviamo di fronte al Tec, il Terminal dell’Emilia Centrale: qua la strumentazione della barca dice che l’acqua è profonda, ce ne sono quattro metri e mezzo. «Di solito ce ne sono sei, ma le secche ci son sempre state. Qui il livello dell’acqua è accettabile. Però guardate là...». E indica un punto preciso, dove delle ondine si increspano e una sottile linea sembra spartire l’acqua. «Lì l’acqua ride. C’è uno scalino di sabbia». Nel parcheggio, tra chi si fuma una sigaretta e chi continua a commentare quel che ha appena visto, Stefano ci lascia: «Devo tirare su due barche entro mezzogiorno». Il giro sul Po, o meglio, su quel che ne è rimasto, è finito.  © RIPRODUZIONE RISERVATA

*Sulla Gazzetta in edicola il giorno di Ferragosto il reportage completo di quattro pagine

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