Vietati abiti occidentali e botte se disobbediva: condannati i genitori di una ventenne
Rubiera, la denuncia: «Dovevo consegnare tutti i soldi che guadagnavo, se compravo trucchi e vestiti li distruggevano». Assolto il fratello, cade l’aggravante legata ai motivi religiosi e culturali
Rubiera «Ero costretta a vestire abiti larghi e non all’occidentale, ero segregata in casa. Se non ubbidivo, erano botte». Questa l’accusa di una ventenne di origini magrebine, con cittadinanza italiana, che ha trascinato alla sbarra la madre e il padre (di 55 e 58 anni) e il fratello 27enne con l’accusa di maltrattamenti in famiglia culturalmente orientato (cioè con l’aggravante per motivi religiosi o di tradizione). Ma ieri in tribunale a Reggio Emilia l’aggravante di peso è caduta e il gip Matteo Gambarati ha assolto il fratello e condannato i genitori per maltrattamenti semplici a 10 mesi (pena sospesa). La richiesta dell’accusa era di due anni e due mesi per ciascuno dei tre imputati.
I fatti si sarebbero svolti fino tra Rubiera e Castelfranco Emilia, dove viveva il nucleo. Secondo la ragazza le veniva impedito di uscire con amici di sesso maschile, veniva controllato ogni suo spostamento cronometrando il tempo impiegato per fare le commissioni, non poteva vestirsi all’occidentale ed era obbligata a seguire i dettami religiosi dell’islam, ad esempio rispettando il Ramadan.
Un altro obbligo era versare in casa tutto lo stipendio derivante dal suo lavoro e le poche cose che comprava di nascosto per sé (vestiti e trucchi) venivano distrutti. Il tutto condito da offese sul suo abbigliamento («basta prostituirti»), da schiaffi, spintoni, tirate per i capelli e lancio di oggetti; una volta è stata colpita dalla madre con una racchetta. In un’occasione la ragazza, spaventata, si è rifugiata a casa di un’amica e il fratello è andato a riprenderla minacciando l’amica e i parenti di lei. Finché, nel marzo 2025, con la querela e la richiesta di aiuto, la ventenne è stata accolta in una struttura protetta.
Fin qui la versione della figlia, che non si è costituita parte civile. I familiari invece hanno sempre negato, sostenendo che i conflitti derivavano dai problemi caratteriali della giovane ribelle, che spesso perdeva il lavoro e aveva uno stile dark; a loro dire non era prigioniera, tant’è che trascorreva le vacanze con le amiche. Nonostante l’allontanamento i genitori si sono sempre sacrificati per la ragazza facendole arrivare oggetti e denaro.
Gli avvocati difensori Roberto Ghini di Modena e Giulia Testa hanno espresso soddisfazione per la sentenza con esito positivo per gli imputati. «Le accuse erano particolarmente gravi in quanto si ipotizzava un contesto di maltrattamenti per motivazioni anche religiose (parliamo di cittadini italiani di credo musulmano) e con privazioni di libertà per la giovane – ha spiegato l’avvocato Ghini – Le indagini difensive da noi condotte hanno portato a escludere questo quadro e a ridimensionare fortemente le accuse». «Un processo complesso – ha ribadito la collega Testa –. Riteniamo tuttavia che vi siano ulteriori aspetti sui quali la Corte d’Appello potrà intervenire, giungendo a una soluzione ancora più favorevole per i genitori. Desidero sottolineare un aspetto che ritengo importante: in nessun momento i genitori hanno manifestato rancore nei confronti della figlia. Al contrario, anche durante il processo, hanno sempre cercato di anteporre a ogni altra considerazione il suo benessere. È un dato umano che, al di là degli aspetti giuridici della vicenda, credo meriti di essere ricordato».
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