Gazzetta di Reggio

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L’intervista

Graziano Delrio e la sfida sull’antisemitismo: «Anche io ho ricevuto minacce»

Evaristo Sparvieri
Graziano Delrio e la sfida sull’antisemitismo: «Anche io ho ricevuto minacce»

Il senatore ed ex sindaco di Reggio Emilia difende il ddl: «Gli ebrei italiani non devono essere discriminati». Alla Camera ci sarà il “no” del Pd targato Schlein: «Ma io resto nel partito»

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Reggio Emilia «Il problema non sono le minacce che ricevo io, il problema sono le minacce che ricevono i cittadini italiani di origine ebraica per manifestare la loro fede o la loro identità culturale». Graziano Delrio non arretra, né sul ddl contro l’antisemitismo né sulla propria fedeltà al partito: «Sono sempre rimasto nel Pd, anche quando altri come Bersani e Renzi se ne sono andati». Il nodo della discordia interna è la discussa legge sull’antisemitismo: il testo del leghista Romeo, adottato come base al posto della proposta autonoma presentata a suo tempo dal senatore reggiano, andrà alla Camera il 2 ottobre.

Nel voto al Senato il Pd si era astenuto, ma alla Camera il partito ha cambiato rotta e si prepara a votare no, tra mal di pancia interni che lasciano il senatore reggiano in una condizione che appare quasi di isolamento. Uno scenario dentro il quale Delrio rivendica un impegno di lungo corso sui diritti delle minoranze, dallo Zan al fine vita ai femminicidi, così come 30 anni di lavoro sulla causa palestinese, dall’incontro con Arafat nel 1995 al gemellaggio tra Reggio e Beit Jala. E cita un dato che pesa: l’antisemitismo è aumentato del 500% in due anni. A chi lo accusa di voler imbavagliare la critica a Israele, risponde con un’immagine cara al Pci reggiano, quella dei “pidocchi nella criniera”, di togliattiana memoria, pronunciata nel 1951 per sminuire il dissenso interno di Valdo Magnani e Aldo Cucchi: la voce fuori dal coro, dice, ha spesso avuto ragione a posteriori.

Senatore, si aspettava dal Pd tutta questa resistenza su questa legge?

«Ho dialogato e ho cercato di modificare la proposta togliendo tutte le sanzioni, tutti i divieti e le norme penali che c’erano inizialmente. Non è vero quindi che la legge nega il diritto di criticare il governo israeliano. Quindi non posso negare il dispiacere: la sinistra italiana è sempre stata all’avanguardia, dal viaggio di Occhetto a Tel Aviv fino a Giorgio Napolitano, a cui sono stato legato per tanti anni, e a un impegno forte di Amato e Prodi per togliere i pregiudizi antiebraici e lottare contro di essi. Un percorso che la destra non ha completato, tanto è vero che Vannacci voterà convintamente no al disegno di legge. Spiace perché la sinistra, sempre sulle minoranze, ha fatto la sua identità».

Lei ha detto di aver ricevuto molte minacce? Che tipo di minacce, social o anche più pesanti?

«Ho ricevuto minacce sia sui social che di tipo diverso. Ma non è un problema, fa parte del mestiere. Quello che invece è importante sono le sofferenze di questi giovani di origine ebraica che si devono continuare a sentire orgogliosamente italiani e sicuri. I bambini ebrei devono essere scortati a scuola, ci sono studenti universitari che non possono parlare in università se sono di origine o di religione ebraica. Stiamo parlando di una discriminazione».

Perché la definizione di antisemitismo dell’Ihra, inclusa nel testo e contestata da una parte del suo stesso partito, secondo lei va difesa?

«È la definizione riconosciuta da tutti gli organi internazionali, sollecitata dal Parlamento europeo con una mozione firmata, tra gli altri, da Roberta Metsola e Elly Schlein. È stata adottata da 25 paesi su 27, Italia compresa, col governo Conte due. Nella definizione è scritto esplicitamente che è legittimo criticare Israele, e noi abbiamo aggiunto un pezzo in cui affermiamo la libertà di espressione garantita dalla Costituzione».

Non pensa che il Pd si sia un po’ appiattito sulle posizioni Pro Pal, in cerca di un'alleanza col M5s ma senza un vero dibattito interno su questi temi?

«Io sono orgoglioso che il Pd sia Pro Pal, come sanno i reggiani: ho promosso il gemellaggio con Beit Jala, ho incontrato Arafat nel '95, sono più di trent'anni che sono impegnato per la causa palestinese. Il problema non è essere Pro Pal, il problema è non vedere con gli occhi degli estremisti la politica estera. Erdogan ha minacciato di distruggere Israele, finanzia in Libia i peggiori tagliagole: ma non credo che nessuno chieda conto a un cittadino turco in Italia di quello che fa Erdogan. Questo accade per gli ebrei, ed è un bruttissimo segno, perché l'antisemitismo è il segno di un deterioramento della democrazia. Sono totalmente in linea col mio partito quando chiede le sanzioni ai coloni, il riconoscimento dello Stato di Palestina, quando critica ferocemente Netanyahu. Sono stato la voce del mio partito in Parlamento su questi argomenti per tanti anni. Poi a un certo punto si vede che questa mia posizione sull'antisemitismo ha creato imbarazzo. Ma io non ho cambiato idea su Netanyahu, criminale e sanguinario».

C'è chi dice che sia sul punto di uscire dal Pd per intolleranza interna, anche alla luce dei suoi incontri con l'area cattolica e la minoranza riformista.

«La segretaria mi ha sempre chiesto di rimanere, ha sempre detto che ci teneva alla presenza anche con tutte le diversità di persone come me. Sono sempre rimasto nel Pd. Penso che questa linea che stiamo seguendo non ci consentirà di fare una proposta al paese completa, e cerco di arricchire il partito con una visione più legata alle origini, di un riformismo ampio che non radicalizza. Continuo a fare la mia funzione: aiutare il Pd a vincere le elezioni contro il governo di centrodestra. Se questo modo di essere leale non piace, questo è un altro discorso. Io sono qua».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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