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Il personaggio

Vincenzo Iaquinta: «Mio padre in carcere, io vivo per dimostrarne l’innocenza. La mafia ci fa schifo»

Jacopo Della Porta

	Vincenzo Iaquinta durante l'esultanza per un gol
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Vincenzo Iaquinta durante l'esultanza per un gol

Nell’intervista alla Gazzetta dello Sport il bomber azzurro cresciuto a Reggiolo parla della famiglia, delle vicende processuali e della vittoria al Mondiale 2006

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Reggiolo «Finiranno per ammazzarmelo in carcere. Ci hanno gettato addosso una quantità immensa di fango. Una volta che scivoli nelle sabbie mobili, è difficile uscirne. Ho fiducia nella giustizia, ma così è dura. Lotterò per dimostrare la sua innocenza. È la battaglia della mia vita. Noi con la mafia non c’entriamo nulla, ci fa schifo».

Per Vincenzo Iaquinta, il bomber cresciuto a Reggiolo, la condanna a 13 anni al padre Giuseppe, nell’ambito del processo Aemilia, è una ferita mai rimarginata. A ribadirlo l’ex attaccante azzurro in una intervista alla Gazzetta dello Sport, a firma di Lorenzo Cascini. Iaquinta racconta l’amarezza per essere ricordato e accostato a vicende criminali. «È davvero triste. Io ho giocato quindici anni ad alti livelli, fatto una tripletta in Champions League e ho vinto un Mondiale... Eppure il mio nome viene associato alla ’ndrangheta per un’accusa infame. Siamo entrati in un vortice più grosso di noi, da cui veniamo risucchiati a ogni sconfitta».

Lui stesso è stato condannato, con pena sospesa, per la mancata custodia di due pistole e 126 proiettili, ceduti a suo padre. «È stata un’ingenuità, ma non fa di me un criminale. Le pistole erano regolarmente dichiarate, mio padre le ha prese senza informare dello spostamento. Mi è stato contestato l’articolo 7: avrei agevolato i clan con armi legalmente detenute. Una follia, sono cose che ti rovinano la vita. Convivo da dieci anni con un incubo che sembra non avere fine».

Iaquinta nell’intervista ricorda il Mondiale vinto nel 2006 come il momento più bello della carriera: «Quando Cannavaro alza la coppa è indescrivibile. Ho ancora i brividi». Racconta anche l’emozione del gol segnato contro il Ghana, nella partita d’esordio: «Da dilettante ero arrivato a fare gol in un Mondiale. Ricordo le lacrime di mio padre e anche di mia mamma». Del gruppo azzurro sottolinea l’affiatamento e l’umiltà: «Stavamo bene insieme, eravamo un gruppo di ragazzi di provincia». Tra i compagni ricorda gli scherzi di Pirlo e Gattuso e definisce Buffon «il portiere più forte della storia». Ha parole di stima anche per Lippi, allenatore capace di tenere unito lo spogliatoio e valorizzare tutti. Rievoca infine la lunga esperienza alla Juventus e le difficoltà degli ultimi anni, segnati dagli infortuni: «Mi hanno fermato troppe volte. A livello mentale sono stati tremendi».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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