E’ a casa in malattia, ma il detective scopre che viaggiava: licenziato
Reggio Emilia: la Corte d’Appello ha dato ragione all’azienda che era convinta che dietro le assenze ci fosse il rifiuto al Green Pass
Reggio Emilia Per la Corte d’Appello di Bologna è legittimo il licenziamento di un operaio metalmeccanico di un’azienda reggiana, allontanato nel marzo 2022 dopo che un’agenzia investigativa incaricata dal datore di lavoro lo aveva seguito durante un periodo di assenza per malattia. La sezione lavoro, con sentenza pubblicata il 23 settembre, ha respinto l’appello del lavoratore e confermato la decisione con cui il tribunale di Reggio Emilia aveva già dato ragione all’azienda. La pronuncia può essere impugnata in Cassazione. Ne dà notizia il Corriere.
L’uomo era assente dall’ottobre 2021 con certificati del medico curante, quasi continuativi fino all’aprile 2022, che attestavano uno «stato ansioso acuto con attacchi di panico». Secondo quanto ricostruito in primo grado, l’azienda nutriva dubbi sulla sua condotta e riteneva che l’assenza fosse legata alla volontà di sottrarsi a vaccino o tampone, allora necessari per il Green Pass. Il lavoratore, dal canto suo, ha riferito al perito di aver subito atteggiamenti ostili da parte dei colleghi dopo aver rifiutato un tampone nel febbraio 2021, indicando in quella situazione l’origine del disagio. Dalla relazione dell’agenzia, riportata nella contestazione disciplinare, risulta che il 25 e il 26 febbraio 2022 l’operaio aveva trascorso due giorni nel Pesarese con la moglie e una coppia di amici, tra la visita a un’azienda vitivinicola, pranzi e cene al ristorante.
Lunedì 28 febbraio, secondo la stessa relazione, era partito da Reggio con la moglie verso Lugano, passando poi da Como e rientrando a Reggio nel tardo pomeriggio. Dopo la contestazione dell’8 marzo 2022 è arrivato il licenziamento, il 18 marzo. Il lavoratore, attraverso il suo avvocato, ha sostenuto che i controlli domiciliari avevano sempre confermato la malattia e ha contestato la legittimità delle indagini, che a suo dire sarebbero state svolte senza licenza prefettizia e in violazione della privacy. La Corte ha invece ritenuto l’attività investigativa un controllo difensivo legittimo, richiamando la giurisprudenza della Cassazione. Decisiva, per i giudici, la consulenza medico-legale disposta in Appello. Il perito osserva che agli atti ci sono solo i certificati del medico curante e che «non sussiste pertanto in atti alcuna certificazione specialistica, espletata da un medico psichiatra»; la visita psichiatrica prescritta dal curante, rileva, non risulta effettuata, e lo Xanax «al bisogno» non viene considerato una terapia specifica. Secondo la consulenza, dalla documentazione non emerge una patologia psichica definita né l'incompatibilità dello stato di salute con il lavoro. Mettendo insieme la perizia e l’«intensa attività sociale» documentata dall’agenzia, la Corte conclude che l’azienda ha legittimamente tratto la convinzione che la malattia fosse simulata, pur dando atto che i certificati non sono stati smentiti da chi li aveva firmati. I giudici hanno anche ritenuto non applicabile al caso una recente sentenza della Cassazione citata dalla difesa, relativa a una sindrome ansioso-depressiva trattata con farmaci specifici. Le spese del grado d’appello sono state compensate tra le parti, anche perché è stato necessario ripetere più volte gli accertamenti peritali. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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