«Nemmeno pronunciato il suo nome», lo sfogo del padre di Sara Marzolino dopo il patteggiamento per l’omicidio stradale
Reggio Emilia, il commento di Alessandro: «Secondo le perizie, chi l’ha investita procedeva ad una velocità media di 110 km/h»
Reggio Emilia «Non è mai stato pronunciato il nome di Sara. Nemmeno una parola sulla morte di una ragazza». Questo lo sfogo amaro sui social di Alessandro, padre di Sara Marzolino, l’attivista reggiana travolta e uccisa da un’auto in centro a Genova, dove doveva trascorrere uno spensierato fine settimana in compagnia di un’amica.
Nella notte tra il 10 e l’11 maggio 2025 la 22enne stava attraversando la strada in via Bruno Buozzi quando è sopraggiunta l’auto, ad elevata velocità, guidata da una guardia giurata di 51 anni. Il guidatore (incensurato, non ubriaco né al telefonino) in precedenza ha risarcito i famigliari, che hanno perso il diritto di costituirsi parte civile nel processo. Lunedì scorso il Tribunale di Genova ha sancito il patteggiamento: un anno e 10 mesi. All’indomani della sentenza il padre Alessandro - che già in un intervento aveva sensibilizzato sul fenomeno degli omicidi stradali, che costano la vita a quasi tremila persone all’anno - ha scritto: «Ho potuto assistere all’udienza (udienza si fa per dire, non si è udito nulla, tantomeno il nome di Sara che nessuno ha pronunciato, un atto burocratico senza vita, senza alcuna parola sulla morte di una ragazza, sulle cause, sulla condotta dell’assassino) in cui si è deciso la riduzione si pena da 5 anni (il minimo previsto per omicidio stradale con l’aggravante della velocità elevata) a un anno e 10 mesi. Quanto basta per usufruire della condizionale, chiudersi una porta alle spalle e riprendere la vita di sempre, a cento chilometri all’ora».
Sulla dinamica il padre ha precisato: «La velocità con cui, secondo le perizie, il guidatore procedeva era in media di 110 km/h. I 90 km/h vengono fuori dal calcolo con cui i periti hanno stimato la velocità assunta dal corpo di Sara nel lancio che l’ha portata a sbattere contro il palo del semaforo, nell’ipotesi (irrealistica) che il corpo di Sara fosse un corpo rigido. Sara ha assorbito buona parte dell’energia cinetica dell’automobile, tant’è che l’urto le ha provocato il collasso degli organi interni e la frattura dell’aorta, che è la causa della morte, ben prima dell’impatto con il palo semaforico, da cui è derivata la frattura cervicale. Sara era già morta. L’ho vista. Il suo viso diceva che è morta senza accorgersene. Sul colpo, come si usa dire».
Poi una serie di domande: «Riusciamo a dare attenzione a una ragazza uccisa per strada? A un uomo che va in centro urbano a 110 chilometri orari? Senza dare attenzione, potremo mai cambiare abitudini e ridurre gli omicidi stradali? La mia preoccupazione non è, e non è stata nell’anno trascorso, cercare o chiedere giustizia per Sara. E non per scetticismo verso la giustizia o per alterigia verso i tribunali. Ma perché Sara ha avuto e ha la fortuna (e io con lei) di avere tante, tantissimi compagne e compagni che sanno renderle giustizia lottando, perché ad essere giusto non sia un giudice, un tribunale, una legge, ma il mondo». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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