Enzo Miccio si racconta a Reggio Emilia: l’infanzia, la morte del compagno, la terapia. «Il dolore non sparisce»
Alla libreria Coop All’Arco la presentazione del suo libro, a sentirlo anche la collega Carla Gozzi con cui ha condotto “Ma come ti vesti?”
Reggio Emilia Sobrietà e discrezione, eleganza e riserbo, parole misurate, lo sguardo commosso. Enzo Miccio, wedding planner, stilista e organizzatore di eventi, volto televisivo e fondatore della Enzo Miccio Academy, ieri sera alla libreria All’Arco di via Emilia Santo Stefano ha presentato il suo ultimo libro, edito da Cairo, “Quando l’amore non basta”. È un viaggio doloroso e a tratti catartico quello che lo ha condotto a Reggio Emilia per dar voce alle sue pagine, mentre nelle parole si leggono lo sforzo e il bisogno di raccontare.
«Sono sempre stato una persona riservata – ha detto –. Al di là di quel che si vede sotto i riflettori, ci tengo a conservare per me gli aspetti privati della mia vita». Una premessa con la voce ferma, per giustificare un libro in cui Miccio si mette a nudo, esponendo sé stesso al dolore, alle fragilità, alle storture e alle contraddizioni. Poi il racconto inizia. Tra le persone sedute, in silenzio, c’è anche Carla Gozzi, collega stilista, conduttrice televisiva, metà di quel duo pop e chic che ha fatto impazzire gli italiani con il programma “Ma come ti vesti?”.
Miccio riavvolge la matassa intricata dei fili della sua vita. Comincia dagli affetti, quei primi affetti che sanno lasciare impronte profonde nella personalità di un bambino che diventa adulto: «La mia famiglia vista dall’esterno non aveva niente di diverso dalle altre. Ma pur nella consapevolezza di essere stato amato, qualcosa mi è mancato». Miccio allude alla tenerezza. Si riferisce alle piccole cose che insegnano a comunicare l’affetto, a prendersi cura con equilibrio. «Mi guardavo attorno – ammette – e mi rendevo conto che le altre famiglie funzionavano in modo diverso. Mai nessuno, nemmeno una volta nella vita, mi ha accompagnato a scuola. Non sono mai andato al mare con mio padre, non l’ho mai visto indossare un costume». Mentre parla tormenta il filo del microfono con le mani, trapela l’emozione di un racconto intimo e il dolore di una frattura ancora da risanare. Lo dice, lo racconta: «È difficile. È stato difficile scrivere ed è difficile parlare. Questo libro è stato per me un esercizio terapeutico, che non ha sortito l’effetto sperato. Almeno non del tutto. Il dolore non sparisce e qui lo spiego con la mia esperienza».
Miccio racconta di una storia d’amore travagliata, di quelle, come canta Giorgia, che ti portano su e poi ti lasciano cadere. Una storia bella, intensa, che però finisce con la mancanza nel suo senso più assoluto. La morte di un compagno di vita, solo sei mesi dopo la diagnosi di una malattia incurabile. Nella presentazione del libro, scritto da un personaggio luminoso, pungente, brillante, a volte snob, la verità è contenuta nelle pause, tra una parola e l’altra. «Ci siamo amati tanto». È impossibile non credergli. «Parigi. Lui non sapeva chi fossi. Per un personaggio pubblico, forse, questa è già in qualche modo una dichiarazione speciale». Miccio racconta anche con lucidità che non è mai stata una storia semplice: «Non riuscivamo a comunicare, entrambi avevamo mancanze che ci portavano a scontri continui e a inevitabili sofferenze». Nel libro si parla tanto anche di terapia: è questo elemento che a un certo punto svolta la storia e forse anche il suo senso. «Da un’esperienza del genere, travolgente, dolorosa e intensa, mi sforzo oggi di trarre un insegnamento per la vita. Non sono più quello di prima: in nove anni si cambia. Sono più prudente, ho meno leggerezza, ma ho ancora la voglia d’essere felice e innamorarmi di qualcuno, o qualcosa. Ho capito che quando si ha bisogno, si deve chiedere aiuto. Solo così, si può trovare un’uscita dalle sabbie mobili della vita». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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