Gazzetta di Reggio

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La manifestazione

«Noi saremo la rivoluzione»: la generazione ribelle in piazza a Reggio

di Elisa Pederzoli

	Il corteo degli studenti a Reggio
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Il corteo degli studenti a Reggio

Quasi un migliaio di studenti in corteo con lo sguardo alle mobilitazioni francesi: dal tetto al numero di stranieri a riarmo e clima, le ragioni della protesta

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Reggio Emilia Se la domanda è per cosa gli studenti e le studentesse reggiane siano scesi in piazza ieri – sabato 17 ottobre –, le risposte sono nei loro slogan, negli striscioni e nei cartelli. E sono tante. La contrarietà alla riforma che vuole imporre un tetto al numero di stranieri nelle classi, le restrizioni all’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, i tagli agli investimenti che colpiscono il comparto dell’istruzione. Ma anche le tasse, il costo della vita, i finanziamenti del governo agli armamenti, il cambiamento climatico. Tanti temi, un doppio comune denominatore: un presente carico di ombre, un futuro difficile da immaginare.

I presidi e il corteo in centro

La “Generazione ribelle” – così si sono definiti gli studenti – ha invaso le strade del centro storico, in poco meno di un migliaio. Non prima, però, di aver bloccato fisicamente gli accessi alle scuole, al Chierici e al polo Makallè, per spingere i compagni alla mobilitazione. Una scelta che ha provocato qualche tensione con chi voleva entrare in classe. Al liceo artistico è intervenuta anche la dirigente scolastica, che si è affacciata per chiedere di lasciar passare almeno gli studenti e le studentesse con disabilità. Una volta partiti i cortei, però, gli ingressi sono stati riaperti e chi ha voluto ha potuto raggiungere la propria classe.
Nonostante i timori della vigilia, alimentati anche da messaggi circolati sui social in cui si paventavano tensioni e incidenti, l’invasione della città, presidiata dalle forze dell’ordine, è stata pacifica, al netto di qualche petardo e fumogeno. Nessuno scontro né danneggiamento, a differenza di quanto accaduto in altre città italiane. Vedi Milano ieri pomeriggio.
Lo sguardo è rivolto Oltralpe, alla grande mobilitazione degli studenti francesi alla quale negli ultimi giorni si sono uniti anche altri settori della società. «Nous serons la révolution» («Saremo la rivoluzione»), si leggeva su uno degli striscioni in testa al corteo di ieri. E tanti gli slogan in francese. Ma la protesta assume una propria declinazione, con messaggi indirizzati alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Niente di nuovo, verrebbe da dire. Ogni generazione di studenti ha avuto le proprie battaglie, le proprie ragioni e i propri bersagli. O forse no. Oggi il peso del momento storico, con le sue crisi e le sue incognite, sembra attraversare le rivendicazioni di ragazzi e ragazze. E la preoccupazione per il futuro assume contorni che, a ben guardare, vanno ben oltre le mura della scuola. Sono stati due i presidi: uno davanti al liceo Chierici, l’altro al polo Makallè. Da quest’ultimo è partito il corteo su cui si concentrava maggiormente l’attenzione di Digos e carabinieri e che si è poi unito all’altro gruppo di studenti e studentesse. Il serpentone ha attraversato la città passando per via Filippo Re, via Roma e la via Emilia, nel cuore del centro storico. Con l’intenzione precisa di passare sotto le finestre di alcune scuole superiori. Da via Franchetti, poi, il corteo ha raggiunto la stazione degli autobus dell’ex caserma Zucchi, per concludersi in piazza della Vittoria.

La voce degli studenti

«Protestiamo perché è da quattro anni che il governo Meloni toglie sempre più finanziamenti alla scuola pubblica, alla sanità e ai servizi pubblici – ci spiega Samuele, studente del Blaise Pascal, membro del Fronte della Gioventù Comunista –. Abbiamo le scuole che cadono a pezzi, i professori mancano. Non è possibile che il governo Meloni continui a seguire i piani folli di riarmi dell’Unione europea e della Nato per aumentare fino al 5% del Pil la difesa militare».
«Vogliamo creare anche a Reggio un movimento generazionale», dice Matteo Motta, studente del liceo Moro e membro del collettivo studentesco Rabûn. «Noi lottiamo contro un governo che non ascolta i diritti degli studenti. Il ministro sta uscendo con riforme che limitano l’ingresso degli studenti stranieri nelle classi, ha negato l’educazione su sessualità e affettività nelle scuole senza consenso dei genitori, mentre pensiamo che sia necessario che studenti e studentesse imparino a conoscere il proprio corpo, quello degli altri e a rispettarsi reciprocamente». «Vogliamo una scuola antifascista, antirazzista, transfemminista – ha sottolineato –. Speriamo che da oggi parta una grande mobilitazione che possa portare a delle rivolte che riescano a cambiare il mondo della scuola».
L’assemblea studentesca pubblica ha concluso il corteo in piazza. Qui, seduti a terra in cerchio, con un microfono al centro, ragazzi e ragazze hanno condiviso storie, critiche al sistema e anche denunce forti che hanno bisogno di trovare ascolto e interlocutori nel mondo degli adulti. Lo hanno fatto tra loro, ma anche davanti alla città del sabato mattina, che si è fermata a tratti ad ascoltare.

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