Gazzetta di Reggio

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Il caso

Muore dopo aver mangiato un bombolone: chi sono la vittima e il cugino arrestato con l’accusa di omicidio

Ambra Prati

	A sinistra la vittima Alfredo Tamagnini, accato il cugino Elico Fantuzzi
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A sinistra la vittima Alfredo Tamagnini, accato il cugino Elico Fantuzzi

Reggio Emilia: il decesso è avvenuto a giugno nella casa di riposo I tulipani a Massenzatico. Il 76enne ora si trova agli arresti domiciliari

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Reggio Emilia Approfittando del suo ruolo di tutore legale avrebbe ucciso il cugino di 74 anni, persona fragile interdetto e non autosufficiente, portandogli un bombolone alla crema “di nascosto” dal personale sanitario pur essendo a conoscenza che la disfagia (l’incapacità di deglutire) della vittima gli imponeva una dieta esclusivamente liquida. Così Alfredo Tamagnini, 74 anni, è soffocato all’istante. Ora Elico Fantuzzi, 76 anni, ex dirigente d’azienda in pensione, incensurato, è finito agli arresti domiciliari con un’accusa grave: omicidio volontario premeditato e pluriaggravato.

Quattro le aggravanti contestate: della premeditazione (che, da sola, vale l’ergastolo), l’abuso di potere e violazione dei doveri inerenti alla funzione pubblica di tutore legale (un’aggravante speciale legata al ruolo di pubblico servizio, cioè l’indagato avrebbe dovuto tutelare il malato), l’aver commesso il fatto ai danni di una persona con disabilità certificata ricoverata in una struttura assistenziale e non in grado difendersi (minorata difesa). Un capo d’accusa provvisorio, quello formulato dalla Procura di Reggio Emilia guidata da Calogero Gaetano Paci, visto che siamo nella fase delle indagini preliminari. Per ora il gip Andrea Rat ha concordato con gli elementi raccolti – cartelle cliniche, testimonianze di parenti e personale sanitario, intercettazioni telefoniche e ambientali – e ha ritenuto sussistenti i «gravi indizi di colpevolezza»; pur respingendo la richiesta del carcere avanzata dal pm Maria Rita Pantani, il giudice ha emesso un’ordinanza di arresti domiciliari, eseguiti nella serata di giovedì scorso dai carabinieri della Sezione Operativa di Reggio.

Il decesso è avvenuto il 27 giugno scorso, quando durante una visita al parente alla casa di residenza I Tulipani di Massenzatico (del tutto estranea all’accaduto) il tutore legale porta un bombolone: non consegna lo scontrino (come avrebbe dovuto fare), non informa del cibo vietato gli assistenti (sempre presenti quando il malato mangiava e che avevano già avvertito di portare al massimo la crema, non la parte solida) e, dopo aver lasciato il bombolone sul tavolino accanto all’infermo, si allontana per mostrare al personale un rasoio acquistato per l’anziano; una mossa che l’accusa vede come un diversivo, un modo per distrarre il personale. Al ritorno la situazione è già critica: il 74enne è sulla carrozzina, pallido e ansimante. La morte per asfissia sopraggiunge quasi subito. L’indagato prima va a prendere una Fanta dal distributore per far bere la vittima («bevi la Fanta che ti va giù»), secondo l’accusa perdendo tempo prezioso, poi si rivolge con calma alla guardiola. Viene chiamato il 118: la dottoressa dell’automedica certifica il decesso alle ore 11.55.

È a quel punto che ci si accorge delle briciole sul 74enne e del fatto che il deceduto ha 4-5 pezzi di cibo in gola, delle dimensioni di una noce. Il tutore legale (figura diversa dall’amministratore di sostegno) si occupava del cugino, affetto da schizofrenia e da altre patologie, da 17 anni: era stato nominato tutore legale il 22 ottobre 2009, si occupava della gestione economica dell’interdetto e veniva informato delle condizioni sanitarie. Compresa la particolare vulnerabilità alimentare e il divieto assoluto di cibi solidi: bastava un boccone per mettere a rischio la vita dell’infermo. Il 76enne non poteva non sapere, secondo gli inquirenti: sia perché l’infermo, ghiotto e vorace di dolci, aveva avuto diverse crisi a causa del cibo (almeno cinque i salvataggi avvenuti tra il 2023 e il 2026 per un pezzo di pizza, un mandarino, una merendina) sia perché non era la prima volta che l’indagato eludeva il Pai (piano di assistenza individualizzato), il protocollo aziendale e i controlli portando dolci.

Lo aveva già fatto in precedenza e solo l’intervento del personale aveva scongiurato il peggio. Il movente è da chiarire. Non si esclude quello economico (nel 2009 la vittima aveva in banca un gruzzolo di 307mila euro e il tutore legale era co-erede insieme ad altri parenti), ma è più probabile che la stanchezza per la lunga e penosa assistenza abbiano avuto una parte preponderante. L’assessore alla Cura delle persone del Comune di Reggio Annalisa Rabitti esprime «vicinanza al personale e agli operatori coinvolti».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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