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Quando il Mercato Coperto era il cuore del commercio reggiano: gli ex ambulanti si ritrovano dopo vent’anni tra ricordi e storie di famiglia

Mattia Amaduzzi
Quando il Mercato Coperto era il cuore del commercio reggiano: gli ex ambulanti si ritrovano dopo vent’anni tra ricordi e storie di famiglia

Reggio Emilia, una serata insieme per ripercorrere la vita tra i banchi, le fatiche quotidiane e le attività tramandate di generazione in generazione. Bonini: «Siamo stati tra i primi a vendere i Levi’s a Reggio»

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Reggio Emilia Ci sono luoghi che continuano a vivere nella memoria anche quando cambiano volto. Per chi ha lavorato al Mercato Coperto, quello spazio è stato una seconda casa, un’impresa di famiglia, una quotidianità fatta di banchi da montare all’alba e clienti da salutare per nome. Giovedì sera, al ristorante pizzeria Violella di Fogliano, gli ex commercianti ambulanti si sono ritrovati per la prima volta dopo vent’anni. Una serata per riannodare i fili di una stagione che ha segnato tante vite. Tra loro c’è Paolo Bonini, cresciuto tra i jeans e gli scaffali del negozio di abbigliamento di famiglia. «Io praticamente ci sono nato», racconta. «Mio nonno ha cominciato subito dopo la guerra, poi è proseguita con mio padre e infine con me». Tre generazioni dietro lo stesso banco, in un mercato che per anni è stato un simbolo del centro storico. «Siamo stati tra i primi ad avere i Levi’s a Reggio Emilia. Ancora adesso, quando incontro qualcuno per strada, mi ferma e mi dice: “Quanti jeans che ho comprato da voi! ”. Sono ricordi piacevoli, fa piacere vedere che la gente se li ricorda».

Il mercato era anche un intreccio di famiglie e passaggi generazionali. Lo racconta Lorena Terenziani, presente alla rimpatriata insieme al fratello Giovanni, che per oltre quarant’anni ha frequentato quei corridoi. La storia della sua famiglia comincia con il fratello della nonna e la moglie, titolari di un banco di borse e pelletteria. La madre lavorava lì e, quando la coppia andò in pensione, rilevò l’attività insieme al marito, che lasciò il lavoro da elettricista per affiancarla. «Non è un’attività che puoi fare da solo, ci vuole la famiglia». Dopo la morte prematura del padre, subentrò il fratello, poi partito per il servizio militare. Fu allora che Lorena prese il suo posto accanto alla madre. «Io ho sempre bazzicato quella zona, anche da piccola. Ci sono stata per più di quarant’anni, conoscevo tutti». La memoria è fatta anche di piccoli dettagli, non sempre comodi. Il vecchio mercato del 1927 non offriva certo le condizioni di oggi: d’inverno entrava il freddo dagli spifferi, d’estate il caldo diventava insopportabile. «Non avevamo il riscaldamento e neanche il condizionamento. D’estate c’era un caldo della Madonna, d’inverno c’era freddo», ricorda Lorena. Tanto che suo padre e un altro commerciante si erano messi al lavoro una domenica per montare alcuni pannelli e ripararsi dal gelo.

E poi c’era il lavoro quotidiano, quello che non si vedeva. «Quando ero piccola il nostro banco era fatto a ferro di cavallo intorno a una colonna. Tutte le sere si smontava tutto, si coprivano i carrelli e si spingevano in magazzino. La mattina li ritiravi fuori e li rimettevi a posto. Era un lavoraccio proprio, da ambulanti». Le attività erano 35, altrettante storie e famiglie. Ed è stata proprio Lorena a voler riunire tutti, dopo vent’anni. L’idea è nata dagli incontri casuali con i vecchi colleghi e da quelle domande che tornavano puntualmente: «Ma dai, che fine ha fatto?». Così ha deciso di prendere l’iniziativa. «Ho cominciato a cercare tutti, è andato avanti il tam tam. Abbiamo fatto un gruppo sul telefono e ho mandato un messaggio». Niente social, soltanto il passaparola, per raggiungere anche chi oggi vive lontano. E così quella che era un’idea è diventata una tavolata di volti e ricordi. Accanto alla gioia di ritrovarsi, resta però il dispiacere per ciò che il Mercato Coperto è diventato. «È una grossa delusione», ammette Bonini, ripensando ai cambiamenti degli ultimi anni e alle diverse gestioni che si sono succedute. Anche per Lorena tornare in quei corridoi significa fare i conti con ciò che non c’è più: «Dove c’era il nostro banco adesso c’è una colonna, c’è il vuoto». Per una sera, alla Violella, quei 35 banchi sono tornati a vivere nei racconti di chi li ha abitati. E vent’anni dopo, tra un ricordo e una risata, gli ambulanti di una volta si sono ritrovati. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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